Il report della Fnp Cisl evidenzia un’emergenza RSA nel territorio dell’ATS Valpadana, dove le liste d’attesa sono cresciute del 27% (raggiungendo quasi 11.500 domande). A fronte di tempi d’attesa fino a un anno, le famiglie devono sostenere rette ordinarie oltre i 2.000 euro mensili.
Case di riposo
L’ingresso in una Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) si sta trasformando in un lusso economico e in un’odissea burocratica per migliaia di famiglie lombarde. Tra rette che superano abbondantemente la soglia dei duemila euro al mese e tempi d’attesa che possono toccare l’anno intero, la gestione degli anziani non autosufficienti ha raggiunto livelli di vera e propria emergenza sociale. A tracciare questo drammatico quadro è il nuovo report sulla non autosufficienza elaborato dalla Fnp Cisl Lombardia, che ha analizzato lo stato di salute delle 738 strutture regionali, accendendo un potente riflettore sul territorio dell’ATS Valpadana, l’ente sanitario che governa le province di Cremona e Mantova.
Lunghe liste d’attesa
Il dato che desta maggiore allarme e fotografa la crescente pressione sul sistema assistenziale è la saturazione delle richieste. Nel corso del 2025, le domande registrate presso le RSA dell’ATS Valpadana sono letteralmente volate a quota 11.492, contro le 9.046 censite nell’anno precedente. Si tratta di un incremento netto di 2.446 istanze in soli dodici mesi, pari a un balzo percentuale del 27,04%.
Sebbene vada specificato che una singola persona ha la possibilità di presentare domanda in più strutture contemporaneamente per massimizzare le possibilità di ingresso, l’indicatore evidenzia una congestione senza precedenti. Di riflesso, i tempi medi necessari per varcare la soglia di una struttura oscillano stabilmente tra i tre e i sei mesi, registrando punte estreme che arrivano a toccare i dodici mesi di attesa nelle aree a maggiore densità.
Rette insostenibili
Parallelamente alla carenza di disponibilità immediata, le famiglie devono fare i conti con un impatto economico che si rivela spesso letale per i bilanci domestici. Per un posto letto ordinario la spesa mensile media sfonda stabilmente il muro dei 2.000 euro. La situazione si fa ancora più proibitiva per i cosiddetti “posti solventi” — ovvero quelli per i quali l’intera quota alberghiera e sanitaria è totalmente a carico dell’assistito, senza alcuna compartecipazione pubblica. In questo specifico segmento, la tariffa giornaliera si attesta sulla media di 92,61 euro, traducendosi in un esborso mensile che sfiora i 2.800 euro.
Analizzando nel dettaglio le tariffe applicate nel territorio, si nota come la retta minima giornaliera media sia passata da 63,94 a 65,06 euro, segnando un rincaro dell’1,75%. Al contrario, la retta massima media ha mostrato una lieve flessione contabile, assestandosi a 70,26 euro rispetto ai 70,89 euro dell’anno precedente, un decremento che tuttavia non alleggerisce l’onere complessivo di un servizio che rimane ampiamente superiore alle capacità di spesa della fascia media di popolazione.
Impatto demografico
Il cortocircuito nasce da uno squilibrio strutturale tra la velocità dell’invecchiamento demografico e l’immobilismo dell’offerta residenziale. I dati demografici evidenziano che la popolazione complessiva dell’ATS Valpadana è passata da 760.588 a 761.667 abitanti. La spinta reale è data però dagli over 65, cresciuti in un anno da 188.442 a 191.218 unità (+1,47%). Oggi, più di un cittadino su quattro (il 25,11% della popolazione locale) ha superato l’età pensionabile.
A fronte di questa onda d’urto demografica, la rete di accoglienza non si è adeguata: nel 2025 le RSA attive sul territorio sono scese a 87 (una in meno del 2024), con posti letto autorizzati in calo a 8.078 (erano 8.093). L’unica nota parzialmente positiva risiede nell’incremento dei posti accreditati (da 7.763 a 7.819), mentre i posti contrattualizzati — quelli cioè supportati finanziariamente da Regione Lombardia — rimangono fermi al palo: 6.957 a fronte dei 6.963 dell’anno precedente.
“Istituzioni assenti a fianco delle famiglie”
I numeri sollevano interrogativi profondi sulla sostenibilità del modello di welfare lombardo e sul destino economico delle famiglie, costrette a farsi carico di costi monumentali rispetto ai redditi reali.
“Parliamo di numeri che devono far riflettere – osserva Cesira Chittolini, segretaria generale della Fnp Cisl Asse del Po – perché riguardano famiglie che si trovano ad affrontare contemporaneamente due problemi: da un lato rette sempre più difficili da sostenere, dall’altro tempi di attesa che rischiano di diventare incompatibili con i bisogni degli anziani non autosufficienti. La popolazione anziana cresce, ma l’offerta residenziale non aumenta nella stessa misura”.

Il divario tra le entrate pensionistiche medie e il costo effettivo delle degenze rappresenta il nucleo della crisi. Molto spesso, l’assegno previdenziale unito ai sussidi pubblici non basta a coprire nemmeno la metà della quota richiesta dalle strutture residenziali.
“Il tema della sostenibilità economica resta centrale – conclude Chittolini –. Le pensioni medie, 1.300 e 1.400 euro al mese, sono molto più basse del costo mensile di una RSA e spesso nemmeno l’indennità di accompagnamento è sufficiente a colmare la distanza. Questo significa che le famiglie devono utilizzare risparmi, chiedere aiuto ai parenti o cercare strutture più lontane da casa, con conseguenze pesanti anche dal punto di vista umano e relazionale. A partire dal periodo post pandemico la Regione ha erogato contributi per circa 220 milioni di euro annui agli enti gestori delle Rsa, ma non è intervenuta per sostenere le famiglie che si trovano sempre più in difficoltà. Con l’assessorato al Welfare è in atto un confronto su questo tema e l’auspicio è che si possano concordare presto delle misure per contenere delle spese a carico degli utenti”.