REGIONALE

Frode in forniture pubbliche e tentativo di “risarcire” il cognato: quali sono le accuse mosse a Fontana

Il giorno prima che la fornitura diventasse una "donazione", il Presidente avrebbe richiesto di emettere un bonifico da 250mila euro a favore del cognato da un proprio conto in Svizzera.

Frode in forniture pubbliche e tentativo di “risarcire” il cognato: quali sono le accuse mosse a Fontana
Mantova, 26 Luglio 2020 ore 11:43

L’iscrizione del Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana tra gli indagati per il “caso camici” aperto dalla Procura di Milano per la commessa da oltre mezzo milione in piena epidemia da parte di Aria Spa (la centrale acquisti della Regione) a favore della ditta del cognato ha scatenato un nuovo, ennesimo, polverone sui vertici regionali. Ecco di cosa è accusato Fontana.

Fontana indagato per il “caso camici”

Come riporta Prima Saronno, il “caso camici” dopo la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati del Presidente Attilio Fontana si fa sempre più intricato. Fino a ieri, l’indagine era limitata a un “affare” fra la Aria Spa guidata da Filippo Bongiovanni e la Dama Spa di proprietà di Andrea Dini, cognato di Fontana e di cui la moglie detiene il 10% delle azioni. Una delle tante aziende che durante l’epidemia, pur di non registrare fatturato zero, aveva deciso di convertirsi alla produzione di dispositivi di protezione personale, in questo caso camici medici. A metà aprile, Aria Spa nel pieno dell’emergenza e alla continua ricerca di dpi aveva assegnato senza bando una commessa a Dama Spa per la fornitura di 75mila camici per oltre mezzo milione di euro. Un passaggio senza bando “giustificato” dall’emergenza, che viste però le parentele in gioco catturò l’attenzione degli inviati della trasmissione Report. Dopo un’intervista con loro, Fontana avrebbe “intuito” dove si stesse muovendo l’inchiesta giornalistica e, secondo la Procura, avrebbe agito sul cognato per far trasformare quella fornitura dietro compenso in una donazione. Cosa effettivamente avvenuta il 20 maggio, con Dini che alle telecamere di Rai 3 aveva poi spiegato che la donazione era da subito l’intenzione della società, che però per errore di un dipendente aveva emesso la fattura ad Aria.

Il ruolo (presunto) di Fontana

Secondo la Procura quindi Fontana, ora tra gli indagati insieme a Bongiovanni e Dini, avrebbe avvisato il cognato invitandolo, o convincendolo a cambiare l’operazione in una donazione. Nel frattempo erano già stati consegnati quasi 50mila dei 75mila camici ordinati dalla Regione. Gli altri sarebbero poi stati messi sul mercato tentando la vendita a una casa di cura varesina, al prezzo però non di 6 euro l’uno (quello fatto alla Regione) ma a 9.

Fontana, dal canto suo, commentando la vicenda si disse subito ignaro ed esterno a quell’operazione che, tra l’altro, violerebbe  il “Patto di Integrità” contro i conflitti di interesse. A smentirlo però come riporta il Corriere della Sera, ci sarebbe un (tentato) bonifico da 250mila euro diretto a Dini da parte dell’Unione Fiduciaria, la società che amministra il “mandato fiduciario misto” da 4,4 milioni di euro. Soldi contenuti in un conto in Svizzera (e, spiega sempre il Corriere, frutto di una “voluntary disclosure” dei fondi svizzeri di due trust creati alle Bahamas nel 2005) e diretti a Dini come un “risarcimento” per il mancato guadagno dalla vendita dei camici. Un bonifico richiesto il 19 maggio (il giorno dopo, Dini avrebbe fatto annullare la fattura ad Aria Spa) ma bloccato in base alla normativa antiriciclaggio vista da delicatezza del ruolo del richiedente, Fontana, e segnalato alla Banca d’Italia.

Le reazioni della politica

Ovvio che l’iscrizione tra gli indagati di Fontana aprisse un nuovo caso politico in Lombardia. Da una parte, il centrodestra lombardo è compatto attorno al  Presidente e vedono la vicenda come “un nuovo attacco alla Lombardia”, così come il segretario della Lega Matteo Salvini che parla di “giustizia ad orologeria”.

Dall’altra invece le opposizioni: il Movimento 5 Stelle col consigliere regionale Dario Violi chiede le dimissioni di tutta la giunta: Ve ne dovete andare, il limite è stato superato da tempo così come la pazienza – attacca via Facebook – I Lombardi non meritano di svegliarsi ogni mattina e sentirsi in imbarazzo per i vostri magheggi e una gestione imbarazzante del potere. Liberateci da questo malgoverno”. Il Pd con il senatore Alessandro Alfieri e il consigliere regionale Samuele Astuti, non ci va più leggero:

“Negli ultimi anni la sanità lombarda è stata colpita da molti scandali che hanno complessivamente indebolito la credibilità dell’istituzione regionale. Per questo ci auguriamo che Attilio Fontana possa chiarire rapidamente la propria posizione e dissipare ogni ombra rispetto all’inchiesta sui camici dell’azienda di proprietà del cognato e possa dimostrare la correttezza del suo operato. In ogni caso, al di là della vicenda giudiziaria che farà il suo corso, emerge ancora una volta l’incapacità della Regione a guida Lega di gestire adeguatamente le procedure e le numerose inchieste sorte sulla gestione dell’emergenza Covid ne sono una dimostrazione”.

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