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Lo studio

La ricerca conferma: il Covid può procurare gravi danni anche al cuore

Il virus interagisce sia direttamente che indirettamente con le cellule cardiache.

La ricerca conferma: il Covid può procurare gravi danni anche al cuore
14 Aprile 2021 ore 08:35

Che il Covid non fosse un virus pericoloso soltanto per i polmoni ma possa creare problemi a vari organi è ormai scientificamente assodato. Diverse ricerche si sono focalizzate sulle conseguenze che questa forma di coronavirus ha sul cuore. Vediamo le evidenze sul tema in base a un recente studio lombardo.

Aritmie, scompensi e danni cardiaci da Covid

Come confermato da una recente ricerca – finanziata da Regione Lombardia – realizzata dal Centro Cardiologico Monzino, coordinato da Maurizio Pesce, in collaborazione con l’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, il virus interagisce sia direttamente che indirettamente con le cellule cardiache. I risultati sono stati pubblicati su Cardiovascular Research, una rivista scientifica della European Society of Cardiology (ESC).

Secondo i ricercatori le cellule stromali, uno dei tipi cellulari maggiormente presenti nel nostro cuore, possono essere attaccate direttamente dal virus, diventando a loro volta veicolo dell’infezione. Tali cellule possono reagire all’invasione del Covid-19 attivando una importante risposta infiammatoria.

“Il SARS-CoV-2 ha manifestato, sin dall’esordio della pandemia, il potere di innescare gravi problematiche a livello cardiaco, come aritmie e scompenso, in alcuni casi persistenti anche dopo la guarigione dal virus. Per questo ci siamo concentrati sull’interazione fra virus e cuore, con l’obiettivo di incrementare le attuali conoscenze alla base delle manifestazioni cliniche, e di individuare nuove terapie in grado di proteggerlo”.

Il dottor Pesce ha spiegato:

“Il virus entra nelle cellule attraverso il recettore ACE2 e che quindi esso può andare incontro a replicazione diffondendosi nel cuore. In parallelo, abbiamo osservato che le stesse cellule possono anche evolvere verso un destino pro-infiammatorio da cui ne conseguirebbe la deposizione di tessuto fibrotico, osservata in molti pazienti COVID-19. Abbiamo infine mostrato che il grado di infezione del SARS-CoV-2 dipende dai livelli di espressione del recettore ACE2, vale a dire che più ACE2 è presente, maggiore è l’infezione. L’evoluzione in senso infiammatorio, invece, sembra indipendente dai livelli di espressione del recettore”.

E’ possibile proteggere il cuore con gli antivirali?

“Un particolare tipo di cellule cardiache, le cellule stromali, può costituire una fonte di produzione di virus nei pazienti COVID-19, abbiamo indicato il cuore come ulteriore bersaglio diretto del virus che potrebbe necessitare di specifici trattamenti antivirali precoci, sia per impedirne la diffusione, sia per limitare l’espansione del tessuto fibrotico, uno dei maggiori ostacoli alla corretta funzionalità cardiaca”.

Ha aggiunto la dottoressa Alessandra Amendola, Dirigente Biologo presso il Laboratorio di Virologia dello Spallanzani che ha collaborato nel progetto Cardio-CoV. Ci si chiede quindi quali siano i farmaci che aiutano a proteggere il cuore.

“A livello di una migliore gestione clinica dei pazienti COVID-19, i nostri risultati supportano l’utilizzo degli anti-infiammatori già utilizzati negli attuali protocolli anti-COVID-19 per minimizzare la risposta infiammatoria a livello cardiaco, e permettono di escludere che vi sia un’interazione tra trattamenti anti-ipertensivi e gravità dell’infezione, almeno a livello del cuore, contrariamente a quanto si era pensato all’inizio della pandemia. Abbiamo infatti trovato conferma che questi farmaci non impattano sui livelli basali di espressione di ACE2 nelle cellule dei pazienti. Lo studio Cardio-COV ora si svilupperà intorno a due obiettivi: definire nelle cellule stromali il meccanismo molecolare che causa l’espressione di ACE2 per identificare un farmaco in grado di inibire la replicazione virale nel cuore”.

Conclude così il dottor Pesce.

Dati confermati da altri studi

A confermare questi dati anche uno studio pubblicato sullo European Hearth Journal che ha dimostrato che circa il 50% dei pazienti ricoverati per una forma grave di Covid-19 e – che mostravano livelli elevati di troponina – hanno riportato danni al cuore. Una complicanza rilevata tramite risonanza magnetica un mese dopo la dimissione. Nei casi analizzati si trattava di miocardite, cioè l’infiammazione del muscolo cardiaco, infarto, ischemia o combinazioni di tutti e tre i fattori insieme.

 

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